Le scimmie del Marocco

Viaggio ad Azrou, cittadina berbera del Medio Atlante

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Dopo aver visitato Fes, siamo partiti per Azrou, una cittadina berbera in mezzo alle montagne, che ogni martedì mattina ospita quello che pare sia il mercato più grande del Marocco. 

Non è facilissimo giungere a destinazione senza auto perché, pur essendo a soli 80km da Fes, gli unici due pullman turistici partono la mattina all’alba e la sera tardi. Durante la giornata ci sono numerosi autobus locali, ma tutti quelli a cui abbiamo chiesto informazioni ce li hanno caldamente sconsigliati:  solo al ritorno da Azrou, abbiamo capito il perché.

Alla fine siamo partiti con un taxi condiviso, che in un’ora e mezzo di viaggio, facendo su e giù per le montagne del Medio Atlante, ci ha lasciati alla gare routière, la stazione degli autobus.

La prima impressione non è stata delle migliori. Un paesino polveroso e triste, senza nessuna attrattiva, ho pensato. E in effetti non è una meta culturale o un posto da visitare per le sue bellezze architettoniche. C’è un’enorme moschea, situata tra la stazione degli autobus e il centro città e una piccola medina, con una piazzetta, proprio sotto al nostro albergo, che al tramonto prende vita. In giro si notano pochi stranieri, sembra essere una destinazione un po’ al di fuori dei classici percorsi turistici. Ci sono molti gruppi, che arrivano da Fes e Meknes per vedere le scimmie, ma solo in pochi si fermano a dormire. Anche la scelta dei ristoranti è di conseguenza piuttosto  limitata: noi abbiamo cenato in un locale vuoto, in compagnia di un anziano cameriere che avrei abbracciato per quanto mi faceva tenerezza, con i suoi modi da gentiluomo d’altri tempi. Vestito di tutto punto e in un francese perfetto, ci ha aiutato nella scelta dei piatti, con una pazienza infinita, che non ha perso neanche di fronte all’indecisione dei miei figli più piccoli, che uno dopo l’altro hanno bocciato tutti i piatti da lui proposti. Con la dolcezza di un nonno e modi eleganti da maggiordomo inglese, ha continuato a sorridere e ad elencare pietanze che potessero andare bene e alla fine, dato che proprio quella sera i gemelli avevano, apparentemente, deciso di boicottare il cibo marocchino, ci ha fatto preparare della pasta al pomodoro.

Altra storia sono invece i tassisti di Azrou! Ti sparano cifre inaudite per quei pochi chilometri di strada che portano alla foresta di cedri. E possono farlo perché se tu, turista, che vieni apposta per vedere le scimmie, non sei munito di mezzo proprio e non arrivi con un tour organizzato, sei costretto a salire su uno di quei taxi e di conseguenza possono chiederti qualunque cifra. Anche qui abbiamo fatto un piacevole incontro, con un signore di una certa età che stava passando di lì per caso e si è fermato ad aiutarci, dato che poi, molti di questi tassisti berberi non parlano neanche il francese ed è difficile comunicare. Questo signore, oltre a farci da traduttore, si è anche prodigato affinché si arrivasse ad una cifra che potesse andare bene ad entrambe le parti. Chiaramente non si riesce ad abbassare più di tanto il prezzo, ma alla fine abbiamo trovato un accordo e dopo aver aspettato che il nostro autista finisse la sua preghiera, su un tappeto steso al lato della strada, abbiamo ringraziato il gentile passante e siamo partiti alla volta della foresta di cedri, casa delle famose bertucce marocchine, che purtroppo sono in via di estinzione.

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Questo per i bambini è stato senza dubbio il momento più bello del viaggio in Marocco. Io invece sono andata via con una strana sensazione, perché da un lato ho reso felici i miei figli, dall’altro è però evidente quello che il turismo ha portato di negativo nella vita delle simpatiche bertucce: da animali selvatici sono ora addomesticati e incapaci di procurarsi il cibo da soli, dipendenti da quello che viene portato loro dai turisti. Vivono in uno zoo senza gabbie, si comportano quasi come umani: si avvicinano, aspettano educatamente che gli si allunghi qualcosa, lo prendono e se lo portano alla bocca. E avanti così per tutto il giorno. Vivono ormai in un punto preciso del bosco, vicino alla strada, perché sanno che è lì che arriveranno gli uomini a portar loro il cibo. Io non ero molto informata e mi immaginavo a camminare nel bosco con la speranza di incontrare delle scimmie, invece sono già lì che ti aspettano e nel resto della foresta, allontanandosi dalla strada, ormai non se ne trovano addirittura  più o almeno, è questa l’impressione che ho avuto. Noi abbiamo provato ad andare un po’ in giro, per vedere di incontrare qualche scimmia meno abituata agli umani, ma non ne abbiamo vista nessuna durante la passeggiata di circa un’ora che abbiamo fatto. Certo, questi animali vivono in condizioni migliori di quelli cresciuti nelle gabbie degli zoo in giro per il mondo e anche meglio di quelle povere scimmiette ammaestrate che abbiamo visto sulla piazza principale di Meknes. In Marocco non ci sono ancora, evidentemente, delle leggi per la tutela degli animali.

Comunque, dal punto di vista dei bambini, l’incontro con le scimmie è stata una bellissima esperienza, anche se il tutto si è svolto in un quadratino di bosco ed eravamo circondati da tassisti, venditori di noccioline e diversi altri turisti. Tutto è filato liscio fino al momento in cui C. si è avvicinata troppo con il viso ad una delle scimmie. È stato un attimo, non abbiamo avuto modo di intervenire:  mia figlia, con fare da mammina, si è sporta verso la bertuccia, a mani vuote, e questa, probabilmente  infastidita dal fatto che la piccola umana volesse solo giocare e non avesse più cibo da offrirle, le ha graffiato il viso, per essere finalmente lasciata in pace. E mi verrebbe da dare ragione alla scimmia, se non fosse che la bambina è mia figlia e che anche un solo graffio, a detta della gente del posto, può significare Rabbia. Questa è un’informazione che destabilizza. Ho subito pensato: che scema, perché ho portato mia figlia in questo posto? E poi : ma davvero si può contrarre la Rabbia attraverso un graffio? Pensavo fosse una malattia dei cani e che il contagio avvenisse solo attraverso il morso. Invece ho imparato che, no, non solo i cani possono trasmetterla, ma anche tutti i mammiferi selvatici e nel periodo di incubazione l’animale può già essere contagioso, senza però mostrare i classici sintomi della Rabbia, come la bava alla bocca e l’aggressività. E, dato che si tratta di una malattia al 100% mortale, non ci è sembrato il caso di prendere rischi.

Ho passato delle ore difficili. La preoccupazione per la malattia, il dover portare i bambini in ospedale nel bel mezzo di una vacanza, l’idea dei possibili fastidi causati del vaccino e dei rischi, anche se rari, che lo stesso vaccino avrebbe potuto causare. Ci siamo recati al pronto soccorso dove, per fortuna, non abbiamo dovuto aspettare molto. C’erano diverse cose che volevo domandare al medico e sono partita in quarta, ma la dottoressa di turno aveva chiaramente poco tempo a disposizione e poca pazienza, per lei la situazione era chiara : graffio di scimmia uguale a vaccino antirabbia. Punto. È il protocollo francese : saranno 4 iniezioni in tutto. Ha scritto un indirizzo su un foglio: questo è il centro vaccinazioni di Azrou, andate subito domani mattina.

E così abbiamo fatto. Anche se non è stato per niente facile trovarlo, il centro. Dopo un paio di tentativi abbiamo chiesto aiuto a un ragazzo in strada che, gentilissimo, ci ha subito fatto cenno di seguirlo. E così, dopo un po’ di giri per le stradine senza nome, tutte uguali, siamo arrivati al centro vaccinazioni. Non c’era nessuno, solo il medico, che ha confermato la necessità di fare il vaccino anche in caso di graffio e ha anche lui tirato in ballo il protocollo francese, come la dottoressa del pronto soccorso. Questa cieca fiducia in tutto ciò che viene dalla Francia mi fa un po’ sorridere. Due inizioni in una volta, stessa dose per adulti e bambini….ma è il protocollo francese! E quindi fidiamoci anche noi e speriamo in bene. È stata una procedura indolore, mia figlia non si è accorta di niente. Io ho un attimo strabuzzato gli occhi nel vedere che il medico non ha neppure disinfettato la pelle prima di inserire l’ago, ma forse siamo noi in Europa ad essere maniaci dell’igiene. Fortunatamente C. non ha avuto nessun problema, per contro le è venuta la febbre al primo richiamo, fatto una settimana dopo il rientro a casa, ma almeno non eravamo più in viaggio!

La partenza da Azrou per la nostra prossima destinazione, Meknes, è stata più difficile del previsto. Ci siamo recati alla stazione degli autobus, sapendo già che i pullman turistici super lusso non partivano a quell’ora e con l’intenzione di prendere uno dei tanti normalissimi autobus. Ce li avevano sconsigliati all’andata ma che sarà mai! Dopo aver fatto i biglietti ci siamo subito resi conto che tutti i cartelli erano scritti solo in arabo e nella lingua berbera. Il piazzale era molto affollato, ho iniziato a chiedere in giro quale fosse il nostro autobus, ma nessuno sembrava capire la mia domanda o forse non erano in grado di rispondere. Finalmente un signore gentile, che parlava francese, mi ha fatto cenno di sedere e aspettare, mi avrebbe avvertito lui, dato che stava aspettando, con la moglie, il nostro stesso autobus, che non sarebbe comunque arrivato prima di 20/30 minuti. Il bus è arrivato più o meno in orario. Solo che nessuno ci aveva preparati alla lotta per accaparrarsi i posti che, a quanto pare, è la normale procedura quando si viaggia su questi affollatissimi mezzi locali. E quindi ci siamo avvicinati con calma, guardandoci intorno senza capire, ancora, che cosa stava facendo tutta quella gente che ci superava correndo e si affannava per raggiungere il bus. Quando ho avuto chiara la situazione era già troppo tardi, la massa ci stava travolgendo per salire e noi eravamo in cinque. Per di più mio marito doveva ancora mettere la valigia nel portabagagli. Io e i bambini siamo saliti che c’era già gente in piedi nel corridoio. Mi è preso un attimo di disperazione: ecco perché ci sconsigliavano gli autobus locali! I bambini hanno iniziato a chiedere con insistenza, quali sono i nostri posti, mamma? Dove ci sediamo? Un momento, adesso vediamo. Ma in realtà immaginavo già il viaggio incubo, più di un’ora in piedi e schiacciati tra la gente. Poi una signora prende C. sulle sue ginocchia, dopo poco tirano via anche il fratello, da un’altra parte. I miei figli mi hanno guardato spaventati, ma io ho sorriso e detto loro di stare lì fino a quando avremmo avuto tutti un posto a sedere. E poi una signora mi fa cenno dal fondo dell’autobus, io e la mia figlia maggiore ci facciamo spazio e riusciamo a raggiungere la donna, che scopro essere la moglie del gentile signore che ci aveva già aiutati giù nel piazzale. Ci aveva tenuto due posti. Certo, due per cinque non è il massimo, ma meglio di niente! Dopo poco se ne è liberato anche un altro vicino ad una ragazza e siamo riusciti ad allargarci un po’. Il viaggio non è stato comodo e non è durato un’ora bensì due: inutile dire che siamo stati felicissimi di poter finalmente scendere!

 

 

 

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