Diario di viaggio: Luang Prabang in famiglia

Tre giorni a Luang Prabang con i bambini

Arriviamo intorno all’ora di pranzo con un volo da Bangkok, stanchi morti per il fuso orario e per aver dormito poco e male sull’intercontinentale.

A Bangkok c’era il sole, ma siamo in Agosto, in piena stagione monsonica e infatti da un certo momento in poi, l’aereo viaggia tra nuvoloni grigi, carichi di pioggia. Quando atterriamo a Luang Prabang piove e la prima impressione non è delle migliori.

Facciamo il visto all’arrivo: servono i dollari americani e una foto tessera. Poi compriamo una scheda telefonica locale e usciamo sotto la pioggia.

Mentre saliamo sul taxi inizia a diluviare. Purtroppo il tempo resterà piovoso per tutto il giorno e verso sera ci chiediamo se la vacanza sarà tutta così, se partire per il Laos in agosto sia stato un grosso errore. Col senno di poi posso dire che non mi pento della scelta! Fortunatamente abbiamo avuto anche tante giornate di sole, ma la pioggia puntualmente è sempre arrivata, in un momento o nell’altro.

Il nostro hotel si trova a due passi dal mercato notturno e non lontano dal fiume Mekong. Dopo aver lasciato le valigie usciamo subito ad esplorare un po’ la zona, con degli ombrelli presi in prestito alla reception.

Facciamo due risate davanti a un ristorante sul lungofiume, ribattezzato “Obama Coconut” dopo la visita dell’ex presidente degli Stati Uniti, che pare abbia ordinato dell’acqua di cocco proprio in questo locale, ora chiuso, ma che è facile immaginare pieno di gente in alta stagione, col bel tempo.

Cerchiamo un bancomat e poi continuiamo a gironzolare senza meta, che è il modo migliore per iniziare a conoscere un posto: seguendo l’intuito piuttosto che la guida. Per una visita più strutturata ci sarà tempo nei prossimi giorni.

Entriamo nel cortile di un tempio. I monaci sono impegnati nelle loro mansioni quotidiane. Sul retro ne vediamo alcuni giovanissimi, sono praticamente ancora dei bambini e infatti stanno giocando tra loro. Ci guardano, ma solo per pochi secondi, poi tornano a giocare e dopo un po’ spariscono in uno degli edifici.

In Laos ogni ragazzo, ad un certo punto della propria vita, deve lasciare casa per andare in monastero come novizio. È un’antica tradizione ed è vissuta come rito di passaggio, che aiuta a maturare e prepara per il futuro, per le responsabilità dell’età adulta. Soltanto alcuni decideranno di diventare monaci a tutti gli effetti. Gli altri torneranno a casa, dopo qualche mese o qualche anno, e riprenderanno la vita di prima. Molte famiglie, soprattutto le più povere, scelgono di mandare i figli a fare questa esperienza quando sono ancora giovanissimi, per dare loro un minimo di istruzione, dato che il monastero funge anche da scuola e non tutte le piccole comunità rurali hanno scuole facilmente raggiungibili.

Un altro aspetto importante è che attraverso il noviziato si guadagnano meriti spirituali, trasferiti in automatico anche ai propri familiari, soprattutto alla madre che, in quanto donna, non potrà mai entrare in monastero in prima persona.

Le donne oltretutto devono mantenere una certa distanza dai monaci: non possono sedersi vicino a loro sui mezzi pubblici e non li possono toccare. Anche una semplice stretta di mano significa già oltrepassare il limite!

Avevo imparato tutto questo durante il primo viaggio in Laos e adesso, mentre camminiamo, cerco di raccontarlo ai miei figli…che non so quanto mi stiano ascoltando! Poi torniamo in albergo e mi siedo sul balcone a guardare la pioggia, che cade incessantemente sulla piscina.

La sera avremmo voluto mangiare al mercato notturno, ma scopriamo che non c’è a causa del maltempo. In pratica, durante la stagione secca il mercato serale è garantito, con le sue bancarelle di cibo e una parte dedicata ai souvenir, all’ abbigliamento ecc..

Durante la stagione dei monsoni l’approccio è flessibile e in caso di pioggia, si annulla tutto. Ceniamo allora in un ristorante lì vicino e poi – dopo tante ore! – finalmente andiamo a dormire.

La mattina seguente ci svegliamo sul tardi e non facciamo in tempo ad arrivare al mercato diurno, che già stanno smontando le bancarelle. Compriamo delle frittelle al cocco, che ricordavo di aver mangiato in Laos vent’anni prima. Ai bambini piacciono molto! E poi ci incamminiamo verso il centro storico di Luang Prabang, dove si trovano i templi più belli ed importanti.

Sì, perché la bellezza di Luang Prabang, che dal 1995 è patrimonio dell’umanità, è data soprattutto dall’abbondanza di templi, circa una trentina in tutto.

Abbiamo trascorso la giornata così: camminando da un tempio all’altro e facendo tante pause per rinfrescarci, dato che il caldo di agosto non perdona. Fortunatamente siamo in Asia e possiamo trovare buonissimi succhi di frutta tropicale praticamente ad ogni angolo. Ci sono anche tanti bei negozi – con l’aria condizionata! – dove entriamo a curiosare.

Verso il tardo pomeriggio inizia a piovere. Ci ripariamo in un bar ma poi, dato che non smette, decidiamo di infilarci gli impermeabili per rientrare in hotel, che dista dieci minuti a piedi. E qui impariamo che i nostri impermeabili europei non reggono più di tanto sotto la pioggia monsonica! A metà strada abbiamo già i vestiti umidi. Niente di drammatico, anzi, ci ridiamo su. La potenza del monsone comunque è affascinante, tanto per noi adulti, che per i ragazzi.

La sera siamo abbastanza fortunati perché non piove più e aprono il mercato notturno. In realtà è tutto bagnato e non è il massimo per sedersi a mangiare, però almeno abbiamo qualcosa da fare dopo cena. Decidiamo quindi di andare al ristorante e dopo passeggiamo tra le bancarelle e facciamo anche qualche primo acquisto.

Non elencherò tutti i templi che abbiamo visitato a Luang Prabang, perché ne abbiamo visti tanti e di alcuni non ricordo neanche più il nome! Quello che mi ha colpito maggiormente e che consiglio di non perdere è il Wat Xieng Thong. All’interno di questo complesso, costruito circa 500 anni fa, sorgono edifici davvero splendidi. Il tempio principale è caratterizzato da un tetto a cascata e su una parete esterna è raffigurato un bellissimo mosaico colorato dell’albero della vita. Ci si può perdere a guardare i dettagli di questo complesso architettonico e fare decine di foto!

Il terzo giorno organizziamo la partenza per Nong Khiaw in minivan (che racconterò nel prossimo capitolo) e poi decidiamo di attraversare il Mekong, con il traghetto che fa la spola tra le due rive, e di avventurarci sull’altra sponda del fiume. Siamo in tanti ad imbarcarci, perché in questo punto del Mekong non c’è nessun ponte e quindi partiamo stipati tra auto; motorini; biciclette; ceste piene di merci e gente carica di buste della spesa.

Sull’altra sponda ci sono piccoli villaggi polverosi e alcuni monasteri. Uno di questi è antico e piuttosto importante per la gente del posto, ma poco turistico. Non so se consigliarne la visita..non è niente di imperdibile, ma sono luoghi silenziosi e solitari e tutto sommato è una gita piacevole.

Dall’alto della collina di Wat Chomphet, raggiungibile salendo una ripida scalinata – che per noi, col caldo di agosto, è stata una fatica immane – si può ammirare Luang Prabang da un’altra prospettiva.

Stupa di Wat Chomphet

Il pomeriggio, dopo una pausa in piscina, prendiamo una barca, facendoci fregare un po’ sul prezzo (si tratta comunque di pochi euro!) e ci facciamo portare al villaggio della carta. Il posto ovviamente ha un suo nome laotiano, ma per noi turisti viene semplicemente chiamato “paper village”. Si tratta di un paesino a pochi chilometri da Luang Prabang, dove è possibile visitare i vari laboratori di artigianato e osservare come si lavora la carta di riso, come la si dipinge o la si utilizza per costruire oggetti. E ovviamente si può acquistare tutto ciò che viene fatto con la carta: dalle classiche lanterne, ai quaderni; quadri; ombrellini eccetera. Qui i ragazzi hanno scelto alcuni souvenir da portare a casa e si sono cimentati, per la prima volta da soli, nell’arte della contrattazione.

Soddisfatti degli acquisti rientriamo in città, appena in tempo per il tramonto a Phousi Hill, la collina sacra da cui ammirare Luang Prabang dall’alto.

Non siamo gli unici ad avere avuto questa idea. È strapieno di gente! C’è una bella luce, lo stupa d’oro è molto fotogenico, la vista è incantevole, ma questa è anche la seconda salita della giornata! Con 38 gradi effettivi e chissà quanti gradi percepiti, i ragazzi si lamentano e vogliono andare in piscina. Quindi dopo un po’ discendiamo, l’hotel è a soli cinque minuti… e che piscina sia!

L’ultimo giorno a Luang Prabang, dove torniamo dopo aver trascorso due notti a Nong Khiaw, lo dedichiamo invece alle cascate di Kuang Si.

Queste cascate sono famose soprattutto per le perfette piscine di acqua turchese, dove si può fare il bagno e rilassarsi ammirando la natura circostante. Sappiate che visitandole fuori stagione, non le troverete di quel colore e nuotare è addirittura sconsigliato, dato che la cascata è al massimo della sua potenza e c’è una forte corrente. Con una moto a noleggio è possibile raggiungere le cascate di Kuang Si in autonomia. Altrimenti taxi o minivan condiviso dal centro città. Noi abbiamo prenotato un van tramite l’hotel e siamo partiti insieme a un piccolo gruppo.

Per accedere alle cascate si passa prima da una zona di giungla recintata, che ospita degli orsi salvati dal bracconaggio.

Le cascate di Kuang Si sono impressionanti dal vivo. La foto non rende assolutamente l’idea.

La sera proviamo finalmente la cena al mercato notturno. È tutto molto economico, ma la qualità del cibo è inferiore, rispetto ai ristoranti dove siamo stati le sere precedenti.

E infine, se si visita Luang Prabang, la cerimonia del Tak Bat non può certo mancare. O almeno così pensavo! La mattina della partenza per Vang Vieng, sono uscita alle 6:00 per assistere alla cerimonia. Ai miei figli non interessava e neanche a mio marito, per cui ho lasciato tutti addormentati e sono sgattaiolata fuori da sola. La cerimonia inizia alle 5:30 e si protrae per circa un’ora.

Avevo già assistito a questo rito vent’anni fa e devo dire che, se già allora erano molti i turisti a guardare e fare foto, la situazione odierna è molto peggiorata. Sono moltissimi gli occidentali, seduti tra i laotiani a fare offerte e ancora di più sono i turisti, soprattutto cinesi, che puntano il telefono o la fotocamera in faccia ai monaci, per la foto perfetta, o che parlano ad alta voce tra loro, mentre invece dovrebbe regnare un rispettoso silenzio. Insomma, una cerimonia religiosa diventata attrazione turistica a tutti gli effetti. Non mi sento di sconsigliarla, ma è importante ricordare che in primo luogo non è un’attrazione turistica, bensì una cerimonia e che come tale va rispettata.

Non abbiamo invece fatto la gita alla grotta di Pak Ou. È un’attività che offrono praticamente tutti i barcaioli, ma sia io che mio marito l’avevamo visitata vent’anni prima e non ne serbavamo un gran ricordo. Si tratta di una grotta sul fiume, piena zeppa di statue di Buddha. Se avete tempo e amate questo genere di luoghi, può essere un modo carino per trascorrere qualche ora, ma non è certo imperdibile.

Lascia un commento